Pensa a un locale, e poi immagina un locale dentro il locale. Un rifugio ovattato ricavato al centro di Milano, esattamente dove il ritmo frenetico della città sfuma nell’accoglienza di un salotto fuori dal tempo.
Quando l’Hotel Aethos ha ristrutturato i propri spazi, all’interno della struttura c’era una stanza che non aveva una specifica destinazione d’uso. Da lì è nata l’intuizione: e se si ampliasse la superficie del cocktail bar The Doping? Un’occasione perfetta che si è legata alla visione di Portofino Dry Gin e al solido rapporto con il team del The Doping, dando vita al nuovo club permanente: il “Portofino Dry Gin Yatch Club” (PYC).

A raccontarci da vicino la genesi di questo progetto è proprio Chris Egger, Co-Founder & CMO di Portofino Dry Gin:
«L’idea principale, iniziale, era di creare un luogo, un’experience Portofino fuori Portofino, che sia intima o meno. Solo che non avevamo mai trovato la quadra fino all’opportunità che ci ha dato il Doping. Portofino per noi è il nostro territorio, è la base della nostra comunicazione: il prodotto parte da lì e tutto il resto segue, che sia a livello di lifestyle, di creazione del prodotto, di scelta delle partnership o di costruzione del brand. Questa sala è frutto di una collaborazione hospitality: nasce come un’estensione di Portofino fuori dal territorio. Abbiamo scelto questo luogo perché eravamo già molto legati a tutto il team del Doping, che secondo me ha un livello di hospitality altissimo. Ci sono due persone che conoscono benissimo il brand e lavorano in modo eccellente: Nicola Romiti e Alessandro Cuomo. Visto il rapporto con loro, quando la sala si è liberata con la ristrutturazione di Aethos, abbiamo capito che c’era l’opportunità di creare la nostra room».
L’accesso al club rispecchia fedelmente la filosofia del Sailing Team, la community ufficiale del brand creata per riunire bartender, addetti ai lavori, giornalisti, creativi e appassionati. Per entrare non basta presentarsi alla porta: serve una parola d’ordine segreta, un codice di prenotazione o il keychain in metallo che riproduce il logo ufficiale del Club. Se all’avvio la scelta dell’esclusività assoluta è servita a calibrare i flussi e perfezionare l’esperienza di accoglienza, oggi il format è pronto a ritmi più serrati e ad accogliere una platea più ampia di visitatori.
Le vere radici della Riviera

Se la memoria collettiva associa Portofino ai riflettori della Dolce Vita, ai rotocalchi anni Cinquanta e ai grandi nomi del cinema e della letteratura (da Ernest Hemingway ad Ava Gardner), la stanza del Portofino Yacht Club racconta una storia più antica e autentica. Quella di una comunità legata a doppio filo alla vita di mare, alla pesca e alla navigazione.
«Dopo aver lavorato per cinque anni su questo progetto, aver visto Portofino da qualsiasi angolo, raccontato la sua storia, mi piaceva parlare di qualcosa di diverso, di cui non si parla tanto quando si pensa al borgo: la sua tradizione nautica», spiega Egger ripercorrendo i dettagli dell’allestimento. «Portofino nasce come un borgo di pescatori: si chiamava Portus Delphini nella Roma Antica. Era un porto di mercanti ma serviva anche d’inverno ai delfini che venivano a nascondersi o a riprodursi. Poi è diventato la destinazione della Dolce Vita e, successivamente, il simbolo del leisure yachting e delle regate di primavera. Noi raccontiamo proprio questa transizione».

L’atmosfera che si respira tra le boiserie, i dettagli in ottone, le mappe nautiche e i tessuti velici della sala è sorretta da una ricerca quasi maniacale degli arredi. Le fotografie appese alle pareti non sono immagini di repertorio generiche, ma scatti tratti dagli archivi privati delle famiglie e dei pescatori del posto, scovati e selezionati uno ad uno. «Sono andato personalmente da tutti gli Antiquari della Lombardia per trovare i pezzi giusti. Tra le foto c’è persino la testimonianza del primo squalo pescato in piazza a Portofino», continua Egger. Il pezzo forte è però un mezzoscavo originale della famiglia Mussini. I celebri maestri d’ascia del borgo hanno saputo trasformare la tradizione delle barche utilitarie in icone d’eleganza, come la famosa Utility Portofino, caratterizzata dalla prua slanciata e dalla spessa corda decorativa lungo lo scafo. Un oggetto raro che la famiglia Mussini ha voluto affidare a Egger per arricchire l’atmosfera marinaresca del bar.
Le tre anime di Portofino: tra alcolicità moderata e pino marittimo

Prima ancora di declinarsi al banco bar, l’anima distillatoria del marchio si svela attraverso un percorso degustativo guidato che esplora le tre referenze della casa, ciascuna caratterizzata da una specifica identità produttiva:
- Portofino Botanical Spirit (Light Edition): La novità più recente in casa Portofino, un distillato botanico a media gradazione (20% vol.) nato per intercettare i nuovi stili di consumo. Al centro della ricetta figurano 25 botaniche (tra cui ginepro, limone, lavanda, timo, issopo, achillea, iris e menta), alghe marine distillate sottovuoto a basse temperature e il 2% di acqua del Mar Mediterraneo italiano. Il design della bottiglia si distingue per una tonalità chiara e satinata che evoca la sabbia e la schiuma marina, con un’etichetta che raffigura la baia di San Fruttuoso, il Cristo degli Abissi e lo storico yacht della famiglia Pudel, il Klabamo. Il suo signature serve d’elezione è il Portofino Light & Tonic (50 ml di Botanical Spirit, 120 ml di Tonica Mediterranea Fever-Tree e scorza di limone, per circa 5% vol.), affiancato dallo Spritz Mediterraneo (con sciroppo di sambuco, succo di limone e Prosecco) e dal Martini in Riviera (con Vermouth Extra Dry e vaporizzazione di Essentia Dolce Vita).
- Portofino Dry Gin (Classico): La referenza iconica della società, prodotta da una ricetta composta da 21 botaniche selezionate tra la macchia mediterranea della Riviera Ligure e raccolte a mano. La lavorazione combina tecniche tradizionali con la distillazione sottovuoto ad altissima precisione, restituendo un gin secco dal profilo aromatico nitido e floreale;
- La Penisola (Limited Release): Una release limitata prodotta solo due volte all’anno nello stabilimento di Carlo Quaglia ad Altavilla Monferrato. Si tratta di un London Dry con 10 botaniche fortemente orientate sulle note balsamiche ed erbacee, caratterizzato dalla distillazione in colonna continua degli aghi di pino marittimo.
Ma la drink list?
Quella stessa “tavola botanica” trova concretezza nella proposta liquida del Portofino Yacht Club, sviluppata a quattro mani con il team del The Doping, guidato dal Bar & Restaurant Manager Nicola Romiti, integrando la filiera distributiva di Velier per la parte commerciale e di spirits. La carta dei cocktail esplora le botaniche della macchia mediterranea evitando però le scorciatoie di un territorialismo esasperato o ridondante.

Il vero protagonista narrativo della drink list è il Paciugo, un cocktail che rende omaggio a un’istituzione della gelateria portofinese.
«Il Pacciugo è un omaggio a un dolce tipico che si fa proprio in piazza a Portofino, al barretto Da Ugo», racconta Egger descrivendo la genesi del drink.«Il paciugo, di base, è una merenda molto impegnativa, una coppa ricca con fiordilatte, panna montata, nocciola, amarena e a volte un goccio di gin o gelato al pinolo. Noi l’abbiamo lavorato e ridisegnato in miscelazione per renderlo un cocktail beverino e bilanciato».
Il percorso prosegue con il Basilico Smash, reinterpretazione del grande classico internazionale preparata con basilico genovese DOP di altissima qualità (fatto arrivare direttamente dalla Liguria quando disponibile), succo di limone per la nota acida, nettare d’agave Monin e la spinta botanica del gin.
«Sui vermouth abbiamo fatto un ragionamento chiaro», precisa Egger durante la degustazione. «Ne abbiamo testati diversi liguri, tra cui uno infuso al pinolo, ma non è che tutto debba essere per forza ligure a tutti i costi: diventerebbe limitante. Il drink deve funzionare bene, deve piacere. In carta c’è tanto Piemonte e c’è la Toscana con l’Amaro Santoni nel cocktail Botanico. Sfruttiamo la qualità dei prodotti del catalogo Velier che si prestano benissimo alle nostre ricette».
A completare l’esperienza al tavolo, la proposta gastronomica firmata dallo Chef di Aethos Milan, Luca Nania, è studiata appositamente per accompagnare la miscelazione e valorizzare la tradizione ligure.
Un mercato critico e le prospettive internazionali

Sul tema della categoria Medium Strength e dell’evoluzione della cultura della miscelazione, Chris Egger traccia una linea chiara per il contesto italiano:
«Con il Botanical Spirit ci poniamo come pionieri della media gradazione in Italia. Si tratta di un segmento su cui investiremo con decisione, convinti che vi sia un importante percorso culturale da compiere. Non si tratta di impartire insegnamenti al consumatore, ma di mostrargli l’esistenza di un’alternativa di alta qualità. Chi consuma abitualmente Gin Tonic e desidera ridurne la gradazione per il proprio stile di vita deve poterlo fare senza rinunciare alla complessità aromatica, alla struttura e all’eccellenza organolettica del distillato».
Un’analisi, quella di Egger, che definisce i contorni di un mercato nazionale sofisticato e attento alle dinamiche di consumo consapevole:
«Nei mercati internazionali il segmento no-alcol mostra dinamiche consolidate, mentre l’Italia vanta una profonda cultura del ‘bere bene’ e una forte ritualità legata al Gin Tonic, dove siamo leader di consumo pro capite al pari dell’Inghilterra. Questo rende il pubblico italiano particolarmente esigente e critico nei confronti delle alternative totalmente prive di alcol. È una categoria verso cui abbiamo riscontrato riserve da parte degli appassionati e su cui abbiamo scelto di non investire, in quanto estranea alla nostra identità manifatturiera e distillatoria».
Una strategia aziendale che, di fronte alle congiunture economiche generali, riafferma il posizionamento nella fascia ultra-premium:
«La flessione del potere d’acquisto condiziona inevitabilmente la frequenza dei consumi nel fuori casa. In questo contesto, la nostra scelta strategica è rimanere saldamente ancorati al segmento ultra-premium, promuovendo il principio del ‘bere meno, ma bere meglio‘. Una visione premiata dai dati di mercato, che vedono il marchio proseguire in controtendenza positiva rispetto all’andamento generale del settore».
Il solido riscontro ottenuto nei principali appuntamenti di settore (come il debutto al Roma Bar Show presso La Nuvola e la presenza alle fiere internazionali come il Bar Convent Berlin) pone le basi per la crescita futura del format Yacht Club:
«La presenza presso il Doping all’Aethos Milan si consoliderà su un orizzonte di tre o quattro anni, ma stiamo già tracciando lo sviluppo futuro del progetto. L’obiettivo è trasferire questo format in mercati chiave italiani come Roma, Firenze e Venezia, così come all’estero. La priorità resta preservare la natura sartoriale dell’iniziativa: non un’attivazione commerciale seriale, ma un’esperienza d’eccellenza sviluppata in collaborazione con partner di fiducia».

