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La colomba vola: produzione in aumento per due artigiani su tre

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Più produzione, domanda stabile e prezzi consolidati: la colomba artigianale si prepara alla Pasqua 2026 con segnali positivi. Il 66,1% degli artigiani prevede un aumento dei volumi, mentre il 33,9% indica stabilità. Nessuna flessione rilevante. Il dato emerge dal 1° Osservatorio “Divina Colomba”, promosso da Goloasi, che fotografa numeri, tempi e posizionamento del grande lievitato pasquale italiano. Il paradosso? La crescita si concentra in una finestra brevissima: per l’83,5% degli operatori la stagione di vendita si esaurisce in due o tre settimane.

PREZZO STABILE TRA 30 E 40 EURO
Il comparto mostra un posizionamento chiaro e coerente:

  • 86,1% colloca il prezzo tra 30 e 40 euro
  • la vendita è diretta in laboratorio nel 92,2% dei casi

La colomba artigianale si conferma così prodotto di prossimità, con una filiera cortissima e un rapporto diretto tra produttore e cliente.

VOLUMI: MERCATO DIFFUSO E FRAMMENTATO
Il campione analizzato di 300 attività sparse in tutta Italia – composto per il 53% da pasticcerie, 24,3% da forni e 17,4% da laboratori artigianali – racconta una struttura produttiva capillare:

  • 42,6% produce meno di 500 pezzi
  • 29,6% tra 500 e 1.000
  • 27,8% supera le 1.000 unità

Numeri che delineano un comparto diffuso, senza forte concentrazione industriale, dove il valore è costruito su scala artigianale.

CLASSICA ANCORA LEADER, MA VINCE L’EQUILIBRIO
La colomba classica resta la più venduta per il 53,9% degli operatori. Seguono le varianti al cioccolato (24,3%) e alla frutta (14,8%).

Interessante il dato sulla domanda:

  • 53% del pubblico cerca un equilibrio tra tradizione e innovazione
  • 25,2% privilegia i gusti tradizionali
  • 21,7% opta per proposte più ricercate

L’offerta si amplia: il 60,9% dei laboratori propone tra 4 e 6 referenze, mentre il 20% supera le sei tipologie.

PRODOTTO CENTRALE PER LA PASQUA
Per il 49,6% degli artigiani la colomba è il prodotto principale del periodo pasquale; per il 42,6% è uno dei prodotti di punta. Nel 78,3% dei casi viene acquistata sia per consumo sia come regalo, mantenendo una forte funzione simbolica oltre che commerciale.

SENTIMENT POSITIVO
Il clima generale è orientato alla fiducia:

  • 63,5% valuta il comparto in crescita
  • 34,8% lo considera stabile

L’indagine è stata realizzata coinvolgendo gli artigiani iscritti alla ottava edizione del concorso Divina Colomba, organizzato da Goloasi. La finale si terrà l’11 marzo a Bari, a Levante Prof.

Nasce il Croissant Burger: l’innovazione da Cardinale Milano

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Superare i confini tra cucina e pasticceria, trasformando un’icona contemporanea in un’esperienza gastronomica nuova e sorprendente. È da questa visione che nasce il Croissant Burger, la nuova proposta di CARDINALE Milano, ristorante dei Fratelli Massari in via Freguglia 2, disponibile da lunedì 23 febbraio.

Il progetto, ideato da Nicola Massari, prende forma dall’incontro tra ristorazione e alta pasticceria, dove il gesto tecnico del pasticcere diventa strumento creativo per rileggere il burger in chiave inedita. Al posto del classico bun, un croissant salato bicolore, lavorato con precisione artigianale: fragrante all’esterno, soffice e strutturato all’interno, capace di sostenere il ripieno senza mai sovrastarlo. All’interno, hamburger di Scottona da 110 grammi, selezionata per succulenza ed equilibrio, dialoga con ingredienti di carattere, dando vita a un racconto di sapori che alterna comfort e raffinatezza.

Il Croissant Burger è proposto in sette varianti, ognuna con una propria identità:

  • Andante, con pecorino, salsa tartara, insalata, cipolla stufata, pomodoro fresco e pomodori soleggiati, arricchito da guanciale croccante e salsa al Parmigiano;
  • Carbonara, dove salsa carbonara, Pecorino Romano DOP, mela Golden a fettine sottili e guanciale amatriciano croccante creano un contrasto audace e bilanciato;
  • in versione affumicato e intenso, con Cheddar, salsa affumicata, insalata, cipolla stufata, pomodoro e guanciale croccante;
  • nella modalità più delicata e aromatica, con caprino, salsa al Parmigiano, maionese alla senape e porro.
  • in versione più creativa “Allegro” con guacamole, pomodorini, insalata, cipolla di Cannara, guanciale croccante;
  • vegetariano, pensato per non rinunciare a struttura e gusto, con maionese, insalata, pomodori soleggiati, cipolla stufata e salsa al Parmigiano;
  • Fish, con croissant parigino al cacao farcito con maionese al lampone, salmone affumicato, guacamole e misticanza.

“Con queste nuove proposte – spiega Nicola Massari, tra i cinque Founder di CARDINALE -, confermiamo la vocazione di voler esplorare territori gastronomici non convenzionali, dove la precisione dell’alta pasticceria incontra il linguaggio contemporaneo della cucina, dando vita a esperienze capaci di sorprendere senza mai perdere profondità e autenticità”.

Rinaldini Pastry sbarca all’aeroporto di Bologna

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Rinaldini Pastry Spa annuncia l’apertura di un nuovo punto vendita presso l’Aeroporto di Bologna, un ulteriore passo nello sviluppo del progetto retail del brand nei principali hub italiani. Il nuovo spazio, situato nell’area Arrivi dello scalo Emiliano, è già operativo e accessibile non solo ai passeggeri in transito, ma anche al pubblico esterno, rafforzando il legame tra l’aeroporto e la città.

L’apertura di Bologna Airport “Guglielmo Marconi” si inserisce in un percorso di crescita strutturato e coerente, sviluppato in collaborazione con Areas My Chef, partner strategico con cui Rinaldini Pastry condivide una visione di lungo periodo orientata alla valorizzazione dell’artigianalità italiana nel mondo del travel retail. Un modello che in otto anni ha già trovato espressione in contesti chiave come Milano Linate, Malpensa, Fiumicino, Roma Termini e ADS San Martino di Parma, e che oggi si arricchisce di una nuova destinazione di rilievo.

«Si tratta di un ulteriore e significativo passo nello sviluppo della partnership con Areas My Chef. L’incontro avvenuto nel 2017 con Sergio Castelli, Amministratore Delegato di Areas My Chef, e la condivisione di una visione strategica comune hanno contribuito in modo determinante all’evoluzione del progetto retail di Rinaldini Pastry. Questo nuovo punto vendita è il risultato di un lavoro congiunto, strutturato e coerente, che conferma la volontà di entrambe le realtà di proseguire un percorso di crescita fondato su partnership solide, capaci di valorizzare competenze, persone e visione imprenditoriale», dichiara Mario Esposito, CEO di Rinaldini Pastry Spa.

Il nuovo Rinaldini Pastry di Bologna Airport propone un assortimento studiato specificamente per il contesto aeroportuale, capace di rispondere a ritmi di consumo diversi senza rinunciare alla qualità e all’identità del brand.

Accanto ai grandi classici della pasticceria Rinaldini, il punto vendita ospita importanti novità di prodotto, tra cui:

  • Tiramisù al caramello, una reinterpretazione contemporanea con crema al caramello, pan di Spagna al cacao ed elegante glassatura;
  • Zuppa Inglese, proposta in formato monoporzione, con un equilibrio raffinato di creme e pan di Spagna;
  • Le tortine da forno come il Tortino al mango senza zuccheri aggiunti, pensato per chi ricerca leggerezza e gusto, e il Tortino integrale alle mele, che unisce semplicità e naturalità.Particolare attenzione è dedicata alla colazione, momento chiave nel travel retail, con una proposta ampia e trasversale che comprende:
  • croissant e lievitati premium come il croissant triangolo, il croissant intrecciato bicolore, il pain au chocolat e i fagottini ripieni;
  • una gamma vegana completa, con croissant classico, alla curcuma e fagottino vegano;
  • referenze senza lattosio e senza zuccheri aggiunti, sviluppate per intercettare i nuovi trend di consumo senza rinunciare a tecnica e piacere.Per info rinaldinipastry.com

Gelato: il futuro arriva da lontano

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Tra sperimentazioni globali, contaminazioni gourmet e nuovi modelli di business, ciò che oggi accade all’estero anticipa ciò che domani potremmo vedere nelle nostre gelaterie

Il gelato italiano rimane l’archetipo, la forma originaria a cui tutto il mondo guarda. Eppure, fuori dai confini nazionali, questo prodotto vive una stagione di trasformazioni accelerate: chef, gelatieri e brand internazionali stanno reinterpretando tecniche apprese in Italia, portandole in territori culturali, narrativi e sensoriali ancora inesplorati per il nostro mercato. È un fenomeno affascinante: l’Italia insegna, il mondo metabolizza, reinventa e rilancia. Osservare ciò che accade oggi negli Stati Uniti, nel Regno Unito, nei Paesi del Golfo o in Asia permette di intuire quali direzioni potrebbero presto influenzare anche le gelaterie italiane.

All’estero il gelato non è più soltanto un dessert stagionale, ma un linguaggio gastronomico autonomo. In metropoli come Londra, Los Angeles, Dubai o Seoul, le gelaterie diventano veri atelier creativi, luoghi dove si lavora su texture inedite, storytelling, abbinamenti coraggiosi e forme di servizio completamente nuove. È qui che si sta costruendo il futuro: nelle mani di professionisti che, dopo essersi formati nel nostro Paese, elaborano codici contemporanei capaci di riscrivere ciò che una gelateria può e deve essere.

L’onda delle signature textures

La stampa anglosassone evidenzia una crescente attenzione alle consistenze, trasformate in vero strumento di design gastronomico.

Negli Stati Uniti si sperimenta la combinazione di strati multipli che alternano cremosità e parti croccanti, con ripieni morbidi, inserti liquidi e zone aerate che introducono sensazioni contrastanti e rendono ogni assaggio una piccola esperienza narrativa.

È un approccio che spinge il gelato verso l’idea di dessert costruito, dove la texture diventa protagonista tanto quanto il gusto.

A Londra si lavora su gelati dalla struttura leggerissima, ottenuti tramite incorporazioni d’aria controllate che ricordano la soffice delicatezza della pasticceria moderna. In Australia, al contrario, si sta diffondendo una consistenza più densa e masticabile, in linea con la tradizione asiatica che predilige sensazioni più “chewy”. Non si tratta di mode passeggere, ma di nuovi linguaggi sensoriali che parlano a un pubblico curioso e abituato a pensare al cibo come esperienza.

La nuova grammatica del gusto

In America e Corea, il gelato sta iniziando a sfidare i confini della sua tradizione. Non si tratta più solo di combinare latte, zucchero e frutta: i gelatieri internazionali stanno adottando tecniche tipiche dell’alta cucina, trattando il gelato come un piatto gourmet. In particolare, la lavorazione del gelato sta prendendo piede tra i cuochi che, ispirati dalle tecniche di cottura sottovuoto o dalle infusioni, stanno introducendo ingredienti particolari come erbe aromatiche, spezie esotiche e infusi di alta qualità.

Le fermentazioni introducono profondità inedite: miso caramellato, kefir e frutta fermentata vengono impiegati per creare note sapide o acidule di grande complessità.

Altri gelatieri sperimentano estrazioni delicate di sesamo tostato, riduzioni di frutta che mantengono una tensione acida viva o combinazioni che intrecciano ingredienti lontani tra loro come il pistacchio e lo yuzu.

Nel Golfo Persico, il gelato entra nel territorio del dessert d’alta gamma: monoporzioni scolpite, glasse lucide, aromi mediorientali come cardamomo, acqua di fiori d’arancio o za’atar interpretano la gelateria attraverso un linguaggio estetico e culturale che racconta identità locali.

Anche nel Regno Unito cresce l’interesse per gusti complessi che uniscono tradizioni mediterranee, asiatiche e mediorientali.

Si tratta spesso di riletture raffinate, sviluppate da professionisti formati nelle scuole italiane, che all’estero trovano un terreno estremamente fertile per sperimentare senza vincoli.

Dal banco al palcoscenico

Il prodotto non si limita più alla vaschetta: all’estero il gelato diventa un vero rito.

Le degustazioni servite come flight da assaggio accompagnano il cliente in un percorso sensoriale guidato, mentre in molte gelaterie la mantecazione espressa viene preparata davanti agli occhi del pubblico, trasformando il gesto tecnico in spettacolo.

Altrove prevale una dimensione più estetica: forme, colori e decorazioni studiate per essere fotografate, al punto da far sembrare alcune creazioni piccoli oggetti di design.

Anche il packaging cambia volto. In alcuni mercati assume la raffinatezza dei cofanetti da regalo, pensati per comunicare cura e lusso accessibile; in altri casi la confezione diventa strumento di storytelling, raccontando origine degli ingredienti e storia delle ricette, fino a trasformare il gelato in un’esperienza completa, non più solo in un prodotto.

Accanto a questa evoluzione, cresce il filone legato al benessere. Le tendenze internazionali evidenziano la diffusione di gelati a ridotto contenuto di zuccheri, non concepiti come alternative light, ma pensati per valorizzare la complessità delle materie prime. L’equilibrio nutrizionale nasce dall’impiego di fibre naturali, basi proteiche e tecniche che modulano la dolcezza senza compromettere struttura e cremosità.

Cosa può arrivare davvero in Italia

Il gelato italiano non ha bisogno di inseguire nessuno, ma deve osservare con lucidità ciò che accade all’estero. La direzione che il mondo sta prendendo guarda a un gelato più concettuale, costruito, ragionato. Un gelato che dialoga con la pasticceria, che racconta il territorio in modi nuovi, che usa la tecnica come linguaggio creativo. Non si tratta di tradire la tradizione, ma di ampliarla.

Per baristi e gelatieri italiani, ciò che accade nel mondo è un’occasione preziosa. Le città italiane sono frequentate da consumatori internazionali che già conoscono gelaterie esperienziali, che apprezzano degustazioni narrate, che percepiscono il packaging come parte del valore. Integrare, con sensibilità italiana, questi elementi potrebbe rafforzare la posizione del gelato artigianale come eccellenza globale.

Il gelato, oggi, è più che un prodotto: è una lingua che parla di identità, estetica e tecnica. L’Italia ne è la culla. Il mondo sta scrivendo nuovi capitoli. È il momento perfetto per leggerli, interpretarli e rispondere con la nostra voce.

Un gelato sempre più green

Nel mondo del gelato, la sostenibilità sta diventando un aspetto fondamentale. Le nuove tendenze non riguardano solo il sapore, ma anche la provenienza degli ingredienti. L’interesse per la produzione di gelato a base di ingredienti biologici o di filiera corta sta crescendo, e questo è un aspetto che anche le gelaterie italiane dovrebbero abbracciare. Le tecniche di produzione sono sempre più orientate verso la riduzione degli sprechi e l’ottimizzazione delle risorse, con un’attenzione particolare alla riduzione dell’impatto ambientale dei materiali utilizzati, come i contenitori per il gelato e i packaging.

Anche l’uso di ingredienti alternativi, come il latte di mandorla o di cocco, sta prendendo piede nelle gelaterie europee, in risposta all’aumento della domanda di prodotti vegani e senza lattosio. L’innovazione tecnologica sta permettendo, inoltre, di creare gelati con una quantità inferiore di zuccheri, utilizzando dolcificanti naturali senza compromettere il gusto, una richiesta che sta diventando sempre più importante per una clientela attenta alla salute.

 

Molino Dallagiovanna apre le iscrizioni per Pastry Pit Competition

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Con l’apertura delle iscrizioni prende ufficialmente il via la terza edizione di Pastry Bit Competition, la gara rivolta ai professionisti della pasticceria ideata da Molino Dallagiovanna. Confermata anche per questa edizione la collaborazione con il Maestro Leonardo Di Carlo, pioniere della Pasticceria Scientifica, che ha rivoluzionato il lavoro in laboratorio attraverso metodi razionali e sostenibili, orientati all’ottimizzazione di tempi, risorse ed equilibrio professionale. Rinnovata inoltre la partnership con Gambero Rosso, primo gruppo editoriale multimediale italiano nel settore Wine Travel Food.

Dopo le vittorie di Luca Rubicondo, primo Pastry Bit Ambassador, e Antonio Costagliola, vincitore della seconda edizione, la competition è pronta a incoronare il terzo Pastry Ambassador Molino Dallagiovanna, nuovo volto della pasticceria firmata Molino in Italia e nel mondo.

Sarà possibile candidarsi dal 1° febbraio al 9 aprile accedendo al sito di Molino Dallagiovanna nella sezione dedicata all’iniziativa, dove sono disponibili anche il regolamento completo e le modalità di partecipazione https://www.dallagiovanna.it/pastry-bit-competition-3

Tra tutti gli iscritti verranno selezionati i professionisti che si sfideranno nelle 9 gare regionali in programma da maggio a novembre 2026, distribuite su tutto il territorio nazionale.

La prima fase della competizione sarà dedicata al mondo della frolla: i concorrenti dovranno realizzare due tipologie di biscotti, uno friabile e uno croccante, espressione di tecnica, gusto e personalità.

Calendario le 9 gare regionali – da maggio a novembre 2026

  • 19 maggio 2026: Piemonte – Torino (TO) presso Rossetto Srl

  • 11 giugno 2026: Veneto – Padova (PD) presso LM Alimentare, Due Carrare

  • 23 giugno 2026: Emilia-Romagna – Forlì (FC) presso Coap

  • 8 settembre 2026: Marche – Macerata (MC) presso Tombesi Srl

  • 24 settembre 2026: Toscana – Firenze (FI) presso Carra Distribuzione, Campi Bisenzio

  • 13 ottobre 2026: Lazio – Roma (RM) presso Mega Dolciaria, Pomezia

  • 20 ottobre 2026: Puglia – Capurso (BA) presso Francesco Lavermicocca Arredamenti

  • 29 ottobre 2026: Campania – Napoli (NA) presso Mepa Alimentari, Pozzuoli

  • 10 novembre 2026: Sicilia – Palermo (PA) presso MAG Master Academy Antonino Galvagno

I migliori concorrenti emersi dalle tappe regionali accederanno alla fase di Semifinale, un momento chiave della competizione in cui tecnica e visione progettuale si fonderanno in una prova dal forte valore narrativo. Il tema scelto, “C’era una volta il cake”, inviterà i pasticceri a partire dalla tradizione per reinterpretare il cake in chiave contemporanea attraverso l’utilizzo di Blakery – la nuova miscela presentata in anteprima a Sigep World 2026, pronta all’uso e capace di unire grani selezionati e cacao pregiato per garantire gusto, performance ed estetica naturalmente nera, senza coloranti, nel segno di innovazione e sostenibilità – mettendo così in luce capacità di evoluzione, sensibilità stilistica e padronanza delle materie prime.

La fase finale della terza edizione di Pastry Bit Competition rappresenterà il culmine del percorso e sarà articolata in due prove complementari. Nella prima, intitolata “Dal cucchiaio al forno”, i finalisti saranno chiamati a trasformare un prodotto cremoso in un prodotto da forno da viaggio, dimostrando competenze tecniche, creatività e controllo dei processi. La seconda prova, invece, sarà dedicata alla valutazione del Pandoro, grande classico della tradizione dolciaria italiana e banco di prova d’eccellenza per misurare precisione, sensibilità e maturità professionale dei concorrenti.

Un percorso completo, tecnico e creativo che accompagnerà i finalisti fino alla proclamazione del nuovo Pastry Ambassador Molino Dallagiovanna, interprete dell’eccellenza pasticcera contemporanea.

Le nuove forme della pasticceria del futuro

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Adolfo Stefanelli, pasticciere visionario, attivo da decenni a Milano, sta riscrivendo le regole della pasticceria. Tra dolci innovativi, ingredienti inediti e lavorazioni all’avanguardia, la creatività è una sintesi di sostenibilità e perfezione tecnica

La pasticceria si sta trasformando in una forma d’arte che modula la creatività e anticipa le tendenze, diventando un laboratorio dove la tradizione italiana si fonde con le innovazioni che giungono da ogni angolo del mondo. Nel nostro Paese, la pasticceria sta riscoprendo la ricchezza degli ingredienti locali – dalla frutta di stagione ai fiori edibili, fino ai lieviti naturali – ma al contempo sta offrendo nuove proposte che si adattano ai gusti di una clientela sempre più internazionale. I maestri pasticceri italiani stanno riscrivendo le regole, utilizzando tecniche innovative senza mai dimenticare la manualità e la qualità artigianale che da sempre caratterizzano questo settore. Le contaminazioni tra tradizione e modernità aprono orizzonti nuovi, dando vita a creazioni sorprendenti, spesso con ingredienti e accostamenti insoliti. Le tecniche di lavorazione si sono evolute, con l’uso di tecnologie all’avanguardia come le preparazioni a bassa temperatura, la modellazione 3D e la pasticceria molecolare per la creazione di gelificazioni, creme e spume. Inoltre, la crescente attenzione alla sostenibilità e a un’alimentazione sana ha portato allo sviluppo di dolci senza zucchero, senza glutine e vegani, rispondendo così a un mercato sempre più attento alla salute e all’ambiente.

La pasticceria deve essere per tutti

Adolfo Stefanelli, titolare della rinomata pasticceria Stefanelli in Via Premuda 12 a Milano, rappresenta un esempio di come l’innovazione non debba mai sacrificare la tradizione. Con una carriera consolidata e una continua voglia di sperimentare, Stefanelli è uno dei principali protagonisti del panorama della pasticceria contemporanea, sempre in prima linea nell’introdurre idee rivoluzionarie. Durante un’intervista, ci ha raccontato come la sua arte si sia evoluta per rispondere alle nuove esigenze dei consumatori. “Vorrei iniziare parlando di come nella mia pasticceria la novità si sposi con i gusti di tutti… Un esempio? La crema pasticcera. Per realizzarla non uso nemmeno un grammo di farina”, spiega Stefanelli. “Ho optato per una combinazione di amidi, come riso e mais. Il risultato è una crema leggera, setosa e dal gusto avvolgente, che si adatta perfettamente alle richieste di una clientela sempre più attenta alla leggerezza e alla qualità degli ingredienti. Inoltre, oggi la clientela è più variegata che mai: nel banco della mia pasticceria troverete pasticcini senza farina, senza lattosio, senza farina e senza latte – una combinazione particolarmente difficile – ma anche dolci vegani. La pasticceria deve essere per tutti.”

Le pasticcerie come luoghi per esperienze sensoriali

Questo approccio inclusivo è solo una delle facce della rivoluzione che sta attraversando il settore. Ma non si tratta solo di ingredienti. Anche il design delle pasticcerie sta vivendo una metamorfosi. Non più semplici punti vendita dove acquistare torte e pasticcini, ma veri e propri spazi sensoriali. Qui, l’esperienza d’acquisto non si limita al prodotto, ma diventa un’immersione totale nell’estetica e nell’innovazione. Arredi minimalisti, dove la luce gioca un ruolo fondamentale, con vetrine eleganti, tavoli in legno naturale e illuminazione soffusa, creano atmosfere sofisticate e accoglienti. Ma non è solo estetica: le soluzioni high-tech, come le vetrine frigorifero a LED e i sistemi di pagamento contactless, rendono l’esperienza ancora più moderna e funzionale. Inoltre, si sta diffondendo l’uso di materiali sostenibili come il bambù e il vetro riciclato, che conferiscono un tocco di eleganza ecologica. I laboratori a vista, in molte pasticcerie, sono un altro elemento distintivo, invitando i clienti a diventare parte del processo creativo. “Un ambiente curato e ben progettato invoglia il cliente a entrare”, afferma Stefanelli. “Vedere i dolci esposti in modo organizzato, sentire i profumi provenire dal laboratorio, stimola il desiderio di provare qualcosa di nuovo. La pasticceria si è evoluta anche nel modo in cui si presenta e si vende. È un settore che cambia, e noi, come professionisti, dobbiamo adattarci a questo cambiamento.”

Una tradizione avanguardistica

E i prodotti che catturano l’attenzione dei clienti? Stefanelli ci racconta che tra i suoi dolci più apprezzati c’è il Sospiro, un pan di spagna sofficissimo con un cuore di crema chantilly alla vaniglia. “Per renderlo più attuale, ho ridotto il quantitativo di zuccheri, in particolare nella panna, per rispondere alla tendenza di dolci meno stucchevoli”, spiega. Non mancano mai le praline, una delle sue specialità. Queste piccole perle di cioccolato, dal peso di 12 grammi l’una, con una camicia esterna spessa 2 millimetri, nascondono una farcitura che lascia estasiato chi le assaggia. Tra i gusti più originali, quelle con gelatina di albicocca e lime.

Stefanelli ha anche introdotto nuovi ingredienti che stanno portando una ventata di innovazione nella pasticceria. “Un esempio? La gelatina”, racconta. “Quando abbiamo cominciato a parlare di mousse moderne e torte bavaresi, la gelatina animale veniva usata per dare consistenza alle mousse, ma questo comprometteva la loro cremosità. Abbiamo quindi introdotto la pectina, che proviene dalla frutta, e il risultato è stato sorprendente. Inoltre, grazie all’uso dei termometri, oggi riusciamo a cuocere gli zuccheri al punto giusto, ottenendo risultati incredibili.”

Le tecniche di lavorazione, sempre più avanzate, sono un altro pilastro della rivoluzione della pasticceria. “Non posso non parlare della tecnica del sottovuoto”, dice Stefanelli. “Oggi riusciamo a fare infusioni che un tempo richiedevano giorni, in pochi minuti. Il sottovuoto è anche fondamentale per eliminare le bolle d’aria dai glassaggi specchio, creando una superficie perfetta. Le temperatrici, i forni intelligenti, le sonde e gli abbattitori sono diventati strumenti indispensabili nel nostro lavoro quotidiano.”

Una pasticceria dai sapori asiatici: il prossimo futuro

Se da un lato la pasticceria italiana si arricchisce di innovazioni locali, dall’altro le tendenze provenienti dall’estero stanno portando nuove influenze. Stefanelli ci racconta che nel suo banco convivono dolci della tradizione internazionale, come il cornetto all’italiana, la veneziana e i pasticciotti del Salento (in riferimento alle sue origini), ma anche prelibatezze importate da altri Paesi. “Dall’America sono arrivati i cinnamon rolls, che stanno riscuotendo un grande successo. Inoltre, sto lavorando sulla cioccolata alla Dubai, con ripieno di pistacchio in pasta Kataifi, una vera e propria delizia. Tra gli ingredienti, mi piace usare molto la fava di tonka, che richiama le note del caramello e della tostatura.”

Guardando al futuro, Stefanelli è convinto che la pasticceria evolverà in direzioni sempre più affascinanti. “Penso che il futuro della pasticceria sarà ispirato dalle tendenze asiatiche, con preprati meno dolci e arricchiti da spezie orientali. Le cotture a bassa temperatura continueranno ad avere un ruolo cruciale, così come l’uso delle polveri di frutta essiccata. Le creme spalmabili salate e vegane, con gusti più originali e inconsueti, prenderanno sempre più piede. La pasticceria del futuro dovrà essere sempre più sana, ma senza rinunciare alla creatività e alla qualità.”

Amari, non solo a fine pasto

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Il liquore simbolo dell’italianità si rinnova tra miscelazione e selezioni d’eccellenza per rendere distintiva la proposta di after dinner e intercettare i giovani

L’amaro non è un semplice digestivo; è un autentico frammento di storia e tradizione italiana imbottigliato. Questo spirito liquoroso rappresenta una delle espressioni più sincere e diffuse della biodiversità e dell’eccellenza erboristica del nostro Paese. Ogni regione, e spesso ogni singola provincia o valle, vanta la propria ricetta segreta, un blend di erbe, radici, scorze e spezie raccolte localmente che ne definiscono il carattere inconfondibile. Dal sapore alpino, resinoso e balsamico del Nord, a quello più caldo, agrumato e mediterraneo del Sud, l’amaro traccia una vera e propria mappa sensoriale della Penisola. Questa diffusione capillare non è solo una questione di folklore, ma la prova che l’amaro è profondamente radicato nel tessuto culturale e produttivo del territorio, trasformando le conoscenze erboristiche locali in un prodotto distintivo che arricchisce l’offerta enogastronomica di ogni regione.

Serve una valorizzazione del prodotto

Per valorizzare e promuovere la ricchezza di questo prodotto, nel 2021 nasce l’Associazione nazionale Amaro d’Italia. L’iniziativa si deve a Edoardo Schiazza, che ne è presidente oltre a essere stato uno dei fondatori dell’Amaroteca Caffè Rubik di Bologna. L’attività dell’Associazione fino ad ora si è focalizzata sulla definizione di strumenti conoscitivi degli amari e la diffusione di standard di valutazione, attraverso la realizzazione dell’Atlante interattivo degli amari italiani e di corsi, in collaborazione con il Centro studi assaggiatori di Brescia, per giudici sensoriali di liquori amari, con l’obiettivo di definire una nuova figura professionale. Il presidente Schiazza evidenzia una discrepanza tra la diffusione culturale del prodotto e la sua gestione nel circuito Horeca in cui esistono la carta delle acque minerali o degli oli, ma non quella degli amari: “Questa mancata valorizzazione professionale – afferma – si accompagna a un problema distributivo per i piccoli produttori. Per offrire una selezione rappresentativa, un locale dovrebbe avere una decina di amari, ma la bassa rotazione scoraggia l’acquisto di grandi quantitativi e i piccoli produttori faticano a coprire i costi di spedizione con ordini minimi ridotti. Per questo, l’Associazione vuole promuovere soluzioni che facilitino l’accesso all’offerta diversificata, come le confezioni multietichetta con consegna in tutta Italia, un modello che sarà sperimentato durante la prossima fiera Slow Wine”.

Nuove strategie tra miscelazione e premiumizzazione

Le aziende produttrici di amari stanno attuando strategie duali per ampliare il consumo. Da un lato l’inserimento nella miscelazione per ‘svecchiare’ l’immagine del prodotto e dall’altro la valorizzazione di etichette premium che per il ristoratore o l’hotel possono rappresentare un modo per rendere distintiva la proposta di digestivi o after dinner. Su questo doppio binario si stanno muovendo aziende come Lucano 1894 e Caffo.

“Lucano 1894 – spiega Valentina Garatti, marketing manager dell’azienda – cerca di comunicare la propria presenza nella mixology e di suggerire ricette per ogni livello di esperienza. L’opportunità di crescita sul consumo tradizionale come digestivo riguarda l’apertura verso nuovi target: in particolare i Millennials, considerati una categoria aperta alla sperimentazione. Per intercettare e guidare l’evoluzione del mercato dei prodotti premium, Lucano, sta conducendo attività di formazione dedicate a grossisti, ristoratori e personale di sala. L’azienda realizza momenti di training con clienti, distributori e bartender per aumentare la conoscenza dei prodotti, delle loro caratteristiche e delle opportunità di utilizzo”.

Anche Caffo mantiene la tavola come protagonista. Il brand, che presidia stabilmente le fasce d’età dai 25 anni in su, sostiene anche attività nel ristorante per raccontare ai clienti i prodotti e le botaniche contenute all’interno, trasformando il consumo in un’esperienza guidata. In più presidia i momenti dell’aperitivo e dell’after dinner con prodotti e cocktail dedicati. “Per questo circa un anno e mezzo fa abbiamo lanciato due ready-to-serve base amaro, i primi sul mercato – afferma Giacomo Casoni, responsabile marketing e trade marketing del Gruppo –. Sono prodotti tattici per favorire la miscelazione in contesti dove è più complicato operare, come concerti, festival o stabilimenti balneari. Offrono la comodità di avere una base bilanciata e consistente, riducendo il tempo di preparazione. Caffo intende così allargare i momenti di consumo e rendere gli amari prodotti trasversali, adatti a diverse occasioni (shot, liscio o long drink)”.

Oltre il digestivo, la fusione tra amaro e bitter

Un altro ambito di espansione delle opportunità di impiego gioca sull’abbattimento della distinzione tra amaro e bitter, una differenziazione spesso già inesistente sui mercati internazionali. Sull’affermazione di questa fluidità si fonda il progetto Amarobello – lanciato nel 2024 – di Riccardo Soncini, titolare e barman di Disco (disco bar ispirato agli anni ’70) e fondatore della birreria Caboose, entrambi a Reggio Emilia. Il prodotto è stato ideato con la logica della miscelazione moderna.

“Da barman mi rendo conto che la domanda va verso delle bevute facili e morbide – dichiara Soncini –, quindi ho lasciato una base amaricante classica con genziana e rabarbaro, ma le note principali sono mandorla e chinotto”.

L’innovazione non è solo nel gusto, ma anche nel visual: “L’aperitivo si connota per il rosso, quindi anche la colorazione troppo scura propria degli amari va schiarita. Questo profilo aromatico e visivo ne consente un uso trasversale. La mandorla è uno degli elementi più utilizzati nella miscelazione Tiki, ma l’ho pensato anche in sostituzione anche al whisky e al rum o per aperitivi leggeri con selz o acqua tonica”.

“In Italia – osserva Andrea Onesti titolare di Onesti Group – il mercato dell’amaro è maturo e piatto anche se ha subito meno contrazioni dei distillati premium”. Più dinamica invece la situazione a livello internazionale, dove gli amari italiani stanno vivendo un momento di grande richiesta: “Il successo dell’amaro italiano – osserva Federico Cremasco, titolare di Opifico Alkemico – è dovuta all’amplissima tipologia di erbe che ci permette di creare ricette molto diverse dal resto del mondo. Mentre in Italia la tradizione lo vede consumato prevalentemente liscio dopo cena, per il mondo anglosassone gli amari sono perfetti per la miscelazione perché aggiungono un valore e una complessità aromatica distintiva ai cocktail. Questa percezione globale deve stimolare anche i barman italiani ad abbracciare con maggiore convinzione la versatilità del prodotto”.

Al Rubik i vari modi di condividere l’amaro

A Bologna, l’esperienza del Rubik Caffè (aperto nel 2006) è emblematica del cambiamento di percezione dell’amaro. Il locale, che dal 2018 utilizza anche il marchio registrato di Amaroteca, è diventato un punto di riferimento per l’esplorazione di questo liquore, uscendo dal solo ambito digestivo. L’evoluzione è partita dalla funzione sociale e conviviale dell’amaro: “Il Rubik – racconta Edoardo Schiazza, uno dei fondatori – ha saputo intercettare un nuovo momento di consumo pomeridiano: un’alternativa leggera al tè e un anticipo rispetto all’aperitivo classico, un bicchiere da 10 cl di amaro ha iniziato a svolgere la funzione di stare insieme, sostituendo il rituale del tè inglese”. Nel serale, in anni più recenti, con il passaggio di gestione ai figli e a un loro amico, il locale ha introdotto anche la miscelazione proponendo e personalizzando classici internazionali, come il Fernandito, o creando drink originali. Nel tempo sono evoluti anche i gusti: “Gli amari storici utilizzano erbe con gusto marcatamente amaro (come genziana o rabarbaro), richiedendo un’alta gradazione alcolica per l’estrazione degli aromi. Oggi, la priorità è la convivialità e l’uso in miscelazione, per la quale servono aromi meno aggressivi, il che ha portato a privilegiare un profilo più morbido e a un maggiore utilizzo di basi aromatiche come le scorze di frutti (come l’arancia amara) per bilanciare l’amarezza tradizionale delle radici”.

I funghi salgono sul bancone (e riscrivono le regole)

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La Fungus Mixology è la micro–tendenza più radicale, inattesa e gastronomicamente sofisticata che ha preso forma nei laboratori creativi della scena internazionale del bere contemporaneo.

Una tendenza che nasce in contesti ad altissima contaminazione culinaria – New York e Tokyo – e che oggi si sta espandendo verso Melbourne, Copenhagen e Singapore.

Il principio è semplice quanto rivoluzionario: integrare funghi e miceti nella costruzione aromatica dei cocktail, trattandoli come veri ingredienti strutturali della mixology, non come eccentricità da laboratorio.

Ciò che sorprende è la varietà dell’approccio, perché si va dagli shiitake essiccati utilizzati come base aromatica alle tinture di reishi preparate per settimane, dalle infusioni di porcini nei distillati fino agli sciroppi al chaga. Tutto per ottenere un risultato unico: una nuova grammatica dell’umami nel bere miscelato.

In Italia, però, questa tendenza non ha ancora trovato spazio, sia per mancanza di know-how tecnico sia perché nessun media di settore la sta raccontando, lasciando un vuoto culturale che ora diventa un’opportunità strategica per chi lavora nel mondo dell’ospitalità.

Dove nasce e come sta cambiando il mercato internazionale

La prima scintilla arriva a New York, dove i team di bar come Hunky Dory iniziano a impiegare gli shiitake come fossero un bitter solido, capaci di modulare l’asciuttezza di un Martini senza introdurre dolcezza.

La logica è la stessa che ha trasformato la cucina newyorchese in un crocevia di culture: importare nel bicchiere la complessità dei brodi asiatici, delle fermentazioni nordiche, della morbidezza sudamericana.

Nei cocktail bar di Brooklyn compaiono così i primi Martini allo shiitake, ottenuti tramite un’infusione a freddo che richiama la struttura del dashi giapponese.

Il risultato è un Martini secco e salino, profondo ma non invadente, capace di aprire la percezione dell’umami anche ai palati poco allenati.

A Manhattan, la ricerca assume una direzione ancora più gastronomica con l’Old Fashioned al porcino, costruito su un bourbon trattato in fat washing con burro nocciola e funghi secchi, zucchero affumicato e una tintura di matsutake che dona una nota resinosa molto persistente.

È in questa fase che Punch, Eater e VinePair iniziano a definire i funghi come “strumenti di architettura aromatica” e non come gimmick creativi.
A Tokyo la tendenza prende una forma completamente diversa. La scuola giapponese lavora con reishi e lion’s mane, ingredienti storicamente legati al benessere e alla concentrazione mentale.

Il celebre Highball al reishi nasce qui, in bar che hanno introdotto nel servizio la stessa eleganza del kaiseki.

La dolcezza naturale del whisky giapponese incontra l’amaro tostato del fungo in un equilibrio lineare, essenziale, pensato per i palati più tecnici. Poco distante nasce l’ormai celebre Vermouth al chaga, la cui tonalità scurissima e il profilo gustativo profondamente terroso rompono completamente lo stereotipo del vermouth leggero e floreale.

A Osaka fa la sua comparsa l’Espresso Martini al lion’s mane, in cui la polvere finissima del fungo amplifica l’amaro del caffè e dona un finale morbido, quasi lattiginoso.
A Copenhagen la Fungus Mixology diventa ricerca pura. Nei laboratori collegati alla scena gastronomica nordica nasce il brodo di porcini chiarificato, un consommé limpido utilizzato come base Martini che offre profondità senza opacità.

È un lavoro che richiede tecnica, pianificazione e un controllo aromatizzante quasi chirurgico.

A Melbourne, invece, il trend assume i toni più solari e acidi dell’emisfero australe, dove i bartender iniziano a lavorare con cordial ai funghi, combinando shiitake tostati, chaga e porcini con acidi naturali per ottenere signature secchi e allo stesso tempo estremamente puliti al palato.

Il Whisky Sour Umami Edition è uno dei primi esempi di drink al fungo costruito su una base mainstream e accessibile, creando un ponte verso il pubblico più vasto.

Perché potrebbe funzionare nel mercato italiano

Il mercato italiano della mixology è storicamente legato a semplicità, freschezza agrumata e botaniche mediterranee.

L’umami è un linguaggio che nel bar è ancora agli inizi, ma è pienamente riconosciuto nella nostra cucina.

Questo rende la Fungus Mixology un terreno particolarmente fertile per gli imprenditori dell’ospitalità che cercano di differenziare l’offerta e anticipare i trend globali.

Nelle città con forte turismo internazionale come Milano, Roma, Firenze e Venezia, un Martini ai funghi potrebbe diventare un elemento narrativo forte per un hotel bar che desidera comunicare contemporaneità e ricerca. Nei ristoranti fine dining e nei cocktail bar con cucina integrata, i funghi permettono di creare un asse di continuità tra tavolo e bancone, rendendo la drink list un’estensione coerente della proposta gastronomica.

Anche nei resort e negli hotel corporate, un highball umami può diventare una signature semplice da replicare, con un racconto potente e distintivo.
Inoltre, l’Italia ha una materia prima unica. I nostri porcini freschi, gli ovoli, i finferli, i tartufi potrebbero generare un repertorio nazionale di cocktail ai funghi che all’estero non esiste.

Immaginare un Martini ai porcini piemontesi o un Negroni al tartufo nero in un hotel di lusso toscano significa costruire un’esperienza che parla di territorio, ricerca e contemporaneità allo stesso tempo.

Come potrebbe evolvere la tendenza nel nostro Paese

La Fungus Mixology italiana potrebbe prendere una strada originale, basata su materie prime locali e su tecniche semplici da integrare nei flussi operativi.

Un Martini ai porcini freschi maturati sottovuoto con un vermouth italiano secco, è un esempio di come un bar d’hotel potrebbe lanciare un signature facilmente replicabile.

Un Negroni ai finferli, ottenuto con un’infusione breve per preservare l’identità del bitter, potrebbe diventare una proposta stagionale nei cocktail bar dei ristoranti contemporanei.

Nei bar d’hotel orientati alla clientela internazionale, un highball al reishi potrebbe rappresentare un ponte verso il mondo del wellness mixology, tematica in forte crescita.

Per i ristoranti di fascia alta, un Boulevardier al tartufo aprirebbe la strada a pairing liquidi non dichiarati, ma coerenti con la cucina che lavora già sul medesimo ingrediente.

L’ingresso della Fungus Mixology in Italia non avverrebbe necessariamente come trend immediato, ma come evoluzione del gusto verso complessità, sapidità, continuità gastronomica e valore narrativo.

È una tendenza che consente a imprenditori e F&B manager di posizionarsi un passo avanti rispetto al mercato, offrendo drink che sorprendono ma non disorientano, innovativi ma con solide radici sensoriali.

Come introdurre i funghi in carta senza rischi

L’introduzione dei funghi in mixology richiede un approccio graduale e strategico, soprattutto in contesti imprenditoriali dove la replicabilità è fondamentale.

La prima soluzione è proporre un unico signature umami, posizionato nella drink list come curiosità gastronomica corredata da una narrazione chiara. La seconda strada è testare infusioni brevi, che mantengono controllo e prevedibilità: gli shiitake essiccati sono versatili e garantiscono costanza aromatica.

Un terzo passaggio consiste nel coinvolgere la cucina, utilizzando scarti o funghi già lavorati per ridurre i costi e creare un ponte narrativo tra piatto e bicchiere.

Nei bar d’hotel, dove il servizio deve essere rapido, conviene preparare cordial o tinture in anticipo, assicurando velocità di esecuzione.

Infine, per facilitare l’accettazione da parte della clientela, è utile inserire il drink ai funghi all’interno di un pairing, di una serata tematica o di un menu degustazione, affinché il pubblico entri nel nuovo linguaggio senza percepirlo come una forzatura.

 

 

Unesco, la grande occasione (con qualche rischio)

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“Costruito” con pazienza e perseveranza, atteso con trepidazione, accolto con entusiasmo: l’ingresso della cucina italiana nel Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità Unesco, avvenuto lo scorso 10 dicembre 2025, è stato un risultato storico per il nostro Paese.

È il riconoscimento del cibo come elemento fondamentale dell’identità culturale italiana, che si esprime nell’importanza della convivialità, nel piacere di stare a tavola, nell’amore per la cucina e nella “vicinanza” con i prodotti alimentari (del resto siamo noti per parlare di un cibo anche mentre ne stiamo mangiando un altro).

Quello che, semplificando, tutti riconoscono come “italian lifestyle”.

Ma non, strettamente, come “italian cuisine”. Una differenza non da poco, che salva la cucina italiana da banali stereotipi, superficiali rifugi nella tradizione e rigide cristallizzazioni che limitano ogni forma di arte, cucina compresa.

L’Unesco sottolinea che a caratterizzare la cucina italiana è “l’uso di materie prime e tecniche artigianali di preparazione alimentare” ma non stila elenchi né positivi né negativi di ricette, ingredienti o tecniche culinarie.

In altre parole, l’Unesco non ha sentito il bisogno di definire cosa sia la cucina italiana e quali siano i suoi confini. E questo rappresenta un ottimo punto di partenza. Perché di partenza si tratta.

Ottenuto il prestigioso riconoscimento Unesco, ora è il momento di chiedersi cosa farne. Come valorizzarlo. Come riempirlo di contenuti, di idee, di progetti e di creatività, ossia di tutti quegli elementi che hanno reso la cucina italiana gustosa, inattesa e sorprendente. E che speriamo possano continuare a farlo anche in futuro.

“Personalmente sarei contento se da questo momento si cominciasse un vero percorso di cultura del cibo, a partire dalla sua storia e dai suoi territori”, è il commento dello storico della cucina Luca Cesari, che pone l’accento sulla capacità tutta italiana di partire da pochi e selezionati ingredienti per creare grandi piatti, attingendo sia a pratiche tradizionali sia ad altre culture gastronomiche.

“Nel corso degli anni la cucina italiana ha assorbito di tutto e ha creato originalità”, gli fa eco il professor Pierluigi Petrillo, curatore del dossier di candidatura presentato all’Unesco insieme al professor Massimo Montanari.

Entrambi firmano “Tutti a tavola. Perché la cucina italiana è un patrimonio dell’umanità”, un libro edito da Laterza indispensabile per capire e approfondire il valore di questo riconoscimento.

A cominciare da quelle due paroline inserite nel titolo del dossier presentato all’Unesco – sostenibilità e biodiversità culturale – che esprimono due valori-guida fondamentali nell’approccio contemporaneo al cibo.

Libertà, contaminazione e identità

Questo titolo sottolinea come il cuore della cucina italiana stia nella sua libertà, nella sua adattabilità e nella capacità di prendere ingredienti e tecniche che vengono da lontano (come il pomodoro americano o la pasta asiatica) e farne tesoro sia in Italia che lontano da casa, al seguito delle comunità italiane insediate in tutto il mondo.

L’attitudine al multiculturalismo e al “melting pot” è un’efficace cura antiage e un altrettanto efficace antidoto all’invecchiamento della cultura gastronomica italiana, poiché ne rappresenta la capacità di evolvere, trasformarsi e trovare sempre nuove strade senza mai perdere quel gusto, quel piacere e quella “raffinata” semplicità che passa per naturalità, che ci vengono riconosciuti come caratteristiche nazionali.

“Questo prestigioso riconoscimento deve saper alimentare nuova consapevolezza sul valore della nostra cucina e, quindi, nuovo impegno e responsabilità per preservare, valorizzare, migliorare questo patrimonio, correggendo le debolezze con linee d’azione coerenti e lungimiranti su quattro priorità: innanzitutto regole che favoriscano qualità, professionalità ed identità, e poi promozione, educazione alimentare e formazione”, ha sottolineato il presidente di Fipe-Confcommercio, Lino Enrico Stoppani.

Dalla tecnica al racconto

L’accentuazione del legame tra cucina e cultura apre una nuova stagione per la formazione professionale nella ristorazione. Non basta più maneggiare gli attrezzi del mestiere. Oggi chi lavora in cucina (e anche in sala) è chiamato a studiare l’evoluzione della cucina italiana, ad approfondire la genesi dei suoi piatti totemici, a conoscere i prodotti tipici e le tradizioni locali. In questo contesto gli chef e i ristoratori diventeranno sempre di più degli “storyteller” capaci di dare voce alla cucina italiana e di creare esperienze che vanno oltre il semplice atto di mangiare.

Del resto, gli esperti di consumi (ristorazione compresa) parlano di un cliente in cerca non di mero nutrimento o di semplici preparazioni alimentari ma di un autentico coinvolgimento.

“Experience” è diventata la parola magica, soprattutto quando si parla di turismo, e di turismo eno-gastronomico in particolare. Un settore ormai imprescindibile per chi si occupa di ristorazione, poiché, dice Enit (Agenzia Nazionale del Turismo), ogni anno 6 milioni di turisti scelgono di visitare l’Italia attirati dalle esperienze culinarie che vi possono vivere. Ora ci si attende che l’ingresso della cucina italiana nell’orbita dei beni Unesco avrà delle ripercussioni importanti sull’incoming nel turismo gastronomico, in continua crescita e che oggi genera un business di 40 miliardi, il 49% in più rispetto al 2016, stima il Masaf (Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste). E i ristoratori sono chiamati a rispondere con una proposta adeguata, capace di raccontare la cultura e l’anima dell’Italia.

“Questo riconoscimento ci ricorda che la nostra cucina non è solo un insieme di ricette, ma un patrimonio vivo fatto di territori, gesti, tecniche e identità – ha affermato Niko Romito, chef tre stelle Michelin –. Come cuoco significa dare ancora più forza alla ricerca, alla sostenibilità e alla purezza del gusto. È un invito a custodire ma anche a innovare con consapevolezza”.

Opportunità, rischi e responsabilità

L’impatto non riguarda solo la ristorazione presente sul territorio nazionale. Il “bollino” Unesco ha un valore di soft power italiano anche per la cucina italiana nel mondo, che, ha rivelato il Masaf, complessivamente “vale” 251 miliardi di euro e rappresenta il 19% del mercato globale della ristorazione.

Se la cucina italiana è il cuore pulsante della nostra tradizione gastronomica, il riconoscimento Unesco si impegna a difenderla, promuoverla e farla conoscere sempre di più in tutto il mondo.

In questo nuovo scenario i ristoranti italiani all’estero giocano un ruolo fondamentale. Spesso visti come ambasciatori di una cultura gastronomica “nazionale” devono adattarsi al cambiamento del gusto del consumatore globale, che non si accontenta più di piatti standardizzati e poco legati al territorio, ma cerca esperienze più genuine e rappresentative delle tante sfaccettature della cucina italiana.

Rispettare le tradizioni, innovare nel rispetto del passato, e puntare sulla qualità, saranno le chiavi per mantenere viva l’identità e l’autenticità della cucina italiana non solo nel Bel Paese ma in tutto il mondo, coinvolgendo i 328mila tra ristoranti, trattorie e bar esistenti in Italia e i 600mila locali tricolore presenti nel mondo (dati Fipe).

“Il riconoscimento Unesco è un invito a tutti i ristoratori a rispettare la biodiversità e la qualità dei prodotti, proteggendo così il nostro patrimonio culinario da fenomeni di omologazione globale”, ha sottolineato il fondatore di Slow Food, Carlo Petrini.

Dunque, l’ingresso della cucina italiana nel Patrimonio dell’Umanità offre al mondo della ristorazione italiana un’opportunità unica per evolvere e diversificarsi, in cui l’orgoglio per il proprio patrimonio gastronomico può diventare lo stimolo per una crescita culturale e sociale transgenerazionale all’insegna di qualità, biodiversità, stagionalità, passione e creatività. Anche in una direzione più vicina alla terra e meno alle stelle (benché siamo il secondo paese al mondo per numero di stellati Michelin), come auspica lo chef Gianfranco Vissani, che spera in uno stimolo alla riscoperta della territorialità.

Tutto bene, dunque? Non del tutto, visto che questo rinnovato interesse per la cucina italiana porta con sé anche delle incognite e delle sfide.

Sul primo fronte c’è l’impossibilità di fare previsioni riguardo le ricadute economiche del riconoscimento Unesco. Se si prende a paragone quel che è accaduto alla dieta mediterranea, entrata nel 2010 nel Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità Unesco, a distanza di 15 anni e diversamente da quanto ci sia attendeva, questo riconoscimento non ha provocato grandi ricadute positive sulle produzioni agricole che sono alla base di questo virtuoso stile alimentare.

Dunque, l’investitura Unesco resta importante a livello culturale e di gastro diplomazia, ma di per sé non genera né sviluppo né nuovi fatturati anche per l’impossibilità di utilizzare commercialmente questo riconoscimento facendone un marchio o semplicemente un bollino distintivo.

In altre parole, non si può usare il marchio Unesco per promuovere prodotti o ricette ma solo per raccontare le unicità che hanno portato a questo riconoscimento. E a farlo è chiamato prima di tutto il governo italiano che, ogni cinque anni, dovrà presentare all’Unesco un rapporto riepilogativo delle attività svolte per salvaguardare la cucina italiana, attestandone così l’esistenza e la rappresentatività.

Stante così le cose, per trasformare il riconoscimento Unesco in un motore di sviluppo economico c’è bisogno di una strategia tra produttori, trasformatori, retailer e ristoratori, perché è la cosiddetta filiera il “regista occulto” del film di successo del cibo italiano sia in patria sia nel resto del mondo.

Non dimentichiamo che l’agroalimentare genera il 19% del Pil italiano e l’11% dell’export nazionale (fonte European House Ambrosetti).

Siamo un paese di ottimi produttori e di eccellenti trasformatori, e – soprattutto – abbiamo bisogno di bravi ambasciatori di tanta bontà: gli chef, appunto.

Per chi si occupa di ristorazione l’imprimatur dell’Unesco comporta la spinta verso la valorizzazione dell’“Italian touch” ma amplifica anche il rischio di una “commercializzazione” del concetto di autenticità, con la celebrazione delle ricette più note e popolari, quelle diventate quasi degli iconemi della tavola italiana.

Con le implicazioni sull’“Italian sounding”, autentico boomerang per tutta l’autentica Italia.

Come se la caveranno gli chef? Il primo banco di prova della cucina italiana “targata” Unesco sarà l’edizione 2026 della Giornata della Ristorazione, voluta dalla Fipe il prossimo 16 maggio, per celebrare i valori dell’ospitalità, dell’accoglienza, della cura e del rispetto per il territorio. Un’occasione per celebrare la dimensione identitaria della cucina italiana, la capacità di superare confini e barriere, e di far dialogare persone, luoghi e tempi, creando un patrimonio collettivo che appartiene a tutto il nostro Paese.

 

Colazione: tra lusso e nuovi gusti

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Se il mattino ha l’oro in bocca, allora la colazione è il pasto più prezioso della giornata. E così viene sempre più considerato non solo da chi la consuma, ma anche da chi la propone in bar e, soprattutto, in albergo. Se nella grande hôtellerie italiana, fino ad alcuni anni fa, imperavano le colazioni mediterranee a cui si affiancava – più per necessità che per convinzione – il breakfast di stampo anglosassone, da qualche tempo le cose sono cambiate. E non solo per venire incontro alle abitudini di una clientela straniera che arriva da molti più paesi che in passato, ma anche per soddisfare le nuove tendenze salutistiche che hanno ridisegnato il menù della colazione, per assecondare le mode foodies del momento, come il Dubai chocolate, giusto per fare un esempio.

Inoltre, nella progressiva apertura dei servizi alberghieri anche ai clienti esterni, la colazione viene vista come l’occasione che permette di intercettare l’approccio moderno al lavoro – smart, remoto, h24 e in co-working – per cui il pasto del mattino è il momento ideale per meeting d’affari più rilassati e tranquilli rispetto all’agenda frenetica del resto della giornata. Anche per questo, in molte strutture (come il Caffè del Bulgari Hotel di Roma, dove il menù è firmato dallo chef stellato Niko Romito), le colazioni à la carte si possono ordinare in ogni momento della giornata.

Il risultato è che una bella, buona e ricca colazione è diventata il nuovo lusso di molti, un’esperienza gastronomica che celebra identità, culture e ritualità del gusto. E che sa continuamente stupire e rinnovarsi.

Le tendenze per un ottimo risveglio

“Le tendenze del momento sono sostanzialmente tre – spiega Umberto Vezzoli, chef di lungo corso e fondatore della Umberto Vezzoli Food Academy – E cioè il nuovo Japanese breakfast, ispirato alla tradizionale colazione giapponese, il body clock breakfast, ideato per andare incontro a chi arriva in hotel dopo un lungo viaggio intercontinentale, e l’energy breakfast, dedicato a chi pratica sport e si alza molto presto, magari per andare in palestra o fare jogging”.

Iniziare la giornata come si fa a Tokyo, con uova in camicia con le alghe e al salmone scottato con il miso, non è più una scelta apprezzata solo dai turisti giapponesi, ma anche dai sempre più numerosi italiani conquistati dalle tradizioni del Sol Levante. Così come è internazionale l’approccio healthy alla prima colazione, che ha visto crescere lo spazio riservato a combinazioni di carboidrati integrali con proteine (soprattutto uova sode), ma anche avena, frutta secca, yogurt, avocado, porridge, banane e pancake, oltre agli ormai “ovvi” corner dedicati a chi soffre di intolleranze alimentari, con menù gluten free e lactose free, e le proposte totalmente vegane e “guilt free”.

Ma sono soprattutto le uova a essere diventate le primedonne della colazione, anche in Italia, tanto da essere le protagoniste del breakfast menu del Mandarin Hotel di Milano, nel rilassante spazio Garden che apre alle sette del mattino e che propone la carta delle uova, curate da Antonio Guida, lo chef del ristorante bistellato Seta ospitato all’interno dell’hotel.

E se uova, porridge e pancake sono un must del mattino, così è anche per french toast, muffin salati, frutta essiccata e lassi (bevanda tradizionale indiana a base di yogurt), assoluti protagonisti del body clock breakfast, che si rivolge sostanzialmente ai sempre più numerosi turisti di provenienza extra-europea, poiché è costruito per rispondere alle esigenze dettate dal fuso orario di partenza.

E sempre più spesso viene proposto con orari aperti e dilatati (magari con un apposito menù al lobby bar) per venire incontro alle diverse esigenze degli ospiti e al loro jet lag.

Esperienza internazionale e sapori di casa

Il mondo della colazione è ‘morbidamente’ fluido e l’offerta sempre più ampia, perché, accanto al piacere di trovare al mattino un piatto di casa propria, ben fatto e ben presentato, c’è sempre la curiosità di provare le specialità del paese ospite o di altre culture alimentari. L’importante è che i clienti, tutti, si sentano sempre coccolati.

“Soprattutto fin dal primo mattino, quando offrire i prodotti a cui sono abituati a casa oppure offrire un viaggio nella colazione degli altri è un gesto di accoglienza che fa la differenza – sottolinea Alessandro Tognacci, executive chef di Palazzo Montemartini a Roma -. I grandi alberghi stanno trasformando il breakfast in un’esperienza internazionale, capace di raccontare, sempre su richiesta, il mondo a partire dal primo morso, e ciò rappresenta una rivoluzione nell’approccio a questo pasto, nonché uno dei servizi che orienta la percezione del lusso. Offrire varietà internazionali aumenta infatti il valore percepito del soggiorno”.

Così come fanno i menù luxury per chi vuole il top già appena sveglio, ad esempio concedendosi lo Champagne Breakfast (calice di Dom Pérignon, caviale, avocado toast e croissant con foglia d’oro) del Four Seasons di Milano oppure la colazione russa dell’Almar Jesolo.

Tra sapori e gusto estetico

Un’autentica “coccola” non solo per chi alloggia in hotel, ma anche per i clienti esterni, turisti o cittadini, che scelgono di fare il breakfast in albergo abbinando il piacere del palato a quello della vista, iniziando la giornata nell’atmosfera ovattata di splendidi saloni ricchi di storia, come l’ottocentesca maestosa sala colazione dell’Hotel Bernini Palace di Firenze, un tempo buvette dei senatori del Parlamento del Regno d’Italia, i cui protagonisti sono ritratti sulle pareti. Una fotografia immancabile per i cultori della colazione, numerosi sui social, dove si moltiplicano le segnalazioni e le recensioni dell’esperienza breakfast. D’altronde, la colazione è uno dei momenti più “instagrammabili” di un viaggio.

Dal trionfo della croissanterie di ispirazione francese a quello della nordic bakery, il web è un fiorire di prime colazioni che sembrano opere d’arte. E anche in questo caso, quella giapponese la fa da protagonista, con riso bianco al vapore, zuppa di miso, omelette al dashi e tanti piccoli contorni colorati che cambiano con le stagioni.

Minimalista, equilibrata e sorprendentemente fotogenica, un vero piccolo rituale zen che piace perché sano, leggero, completo e curato nei dettagli. L’interesse per il mondo vegetariano sta spingendo anche le proposte indiane, con le immancabili dosa (una crêpe sottile di origine indiana), mentre il fascino del Medio Oriente e il suo focus sul lusso stanno spingendo hummus, labneh (formaggio cremoso mediorientale ottenuto dallo yogurt colato) e torte di datteri.

Al Bulgari Hotel di Roma, il più grande albergo costruito in Europa dalla storica maison, i clienti mediorientali apprezzano il formaggio halloumi grigliato con pomodoro, e il ful medames, piatto tradizionale a base di fave servito con il pane arabo, accompagnato da spremute di frutta fresca. Mentre i cinesi trovano wanton ripieni, involtini primavera croccanti e pani a vapore dolci e salati.

Per soddisfare la clientela mediorientale, un altro tempio del lusso capitolino, il Rome Cavalieri, ha uno chef arabo interno, che solo nel periodo post-Ramadan allestisce un corner dedicato. Un’eccezione alla luce della filosofia dell’hotel, che fa parte della catena Waldorf Astoria.

“I corner dedicati rappresentano una vecchia impostazione e, con l’inevitabile avanzo di cibo che generano, contrastano totalmente con le nostre politiche antispreco – spiega Nicholas Cuomo, executive chef di Uliveto, il ristorante dell’hotel -. Alcuni stranieri poi si sentono come ghettizzati e spesso finiscono per non toccare nulla dei piatti a loro dedicati. Per questo ci regoliamo giorno per giorno, a seconda delle presenze e della stagionalità, e la nostra colazione non fa distinzioni, perché l’omelette al tartufo la vogliono provare assolutamente tutti”.

L’evoluzione della colazione negli hotel dimostra quanto questo momento della giornata possa diventare un potente motore di valore, esperienza e fidelizzazione. È un’opportunità che anche i bar italiani potrebbero cogliere, soprattutto in un Paese dove il turismo continua a crescere e il pubblico internazionale cerca varietà, qualità e ritualità nuove. Mentre il bar tricolore resta ancorato al binomio cappuccino e brioche, molte città europee – dalla Spagna alla Francia – hanno già trasformato il breakfast in un’offerta articolata, capace di attrarre residenti e viaggiatori. Perché, allora, non immaginare menù dedicati, più ampi e strutturati, anche nei nostri bar, soprattutto nelle grandi città? Non per snaturare la tradizione, ma per affiancarla con nuove ispirazioni e intercettare un mercato in forte espansione, evitando di lasciare questo spazio solo all’hôtellerie. Una colazione più ricca potrebbe diventare, anche per il bar italiano, un nuovo territorio di crescita e differenziazione.